Abruzzo e Lazio in moto: i borghi più belli da visitare

27 January 2018
a cura della redazione
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  • 1/25 In viaggio fra i borghi più belli di Abruzzo e Lazio. Pacentro (AQ)
    L'Italia è ricca di posti meravigliosi da visitare e di strade da fare in moto. Ecco un itinerario alla scoperta dei borghi più belli di Abruzzo e Lazio

    Dall’Adriatico al Tirreno, dai trabocchi alla Riviera di Ulisse: è un vero coast to coast dove, però, il traguardo non è il mare ma quel tesoro inestimabile fatto di piazze, campanili, vicoli, mura merlate, eremi, offerto dal Centro Italia, questa volta compreso fra Majella e Ciociaria. Partiamo da Rocca San Giovanni. Finalmente il sole si alza, fino a scaldare il municipio ottocentesco, abbellito da un sistema di luci che sembra un pizzo bianco delicatamente posato sulla facciata. È tempo di accendere le moto e andare.

    Tre monti o tre "sise"?

    Iniziano i saliscendi, le morbide curve, le costruzioni si diradano, l’aria si rinfresca. Prima tappa a Guardiagrele, con tanto di sindaco e storico locale, pronti a descriverci ogni frammento del borgo; iniziano così le prime sorprese di quest’avventura. Dove sembrano esserci “solo” due chiese, un paio di palazzi e un bel panorama sul paesaggio circostante, c’è ben altro, ulteriormente arricchito da aneddoti, curiosità e personaggi singolari. Il gotico Duomo di Santa Maria Maggiore, per esempio, è una specie di progetto futurista, nel bel mezzo del nucleo storico di un comune di 9.000 anime. Agli inizi del Settecento, dovendo ampliare la chiesa senza ostruire una strada, si decise di ricorrere alla sopraelevazione della chiesa, prolungandola fino alla chiesa della Madonna del Riparo, situata sul lato opposto della via. Fu ricavato un ampio e luminoso interno a navata unica, cui si accede tramite una gradinata, mentre Santa Maria del Riparo divenne un locale di sgombero chiuso. Tutto ciò è arricchito da affreschi, stucchi, nuove campane, portici, capitelli e archivolti.

    Finita la visita, in pochi secondi, ci si ritrova nella piazza a chiacchierare con un loquace scultore del posto, che espone le sue migliori opere in ferro battuto, mentre ci viene offerto un assaggio delle specialità locali, tra cui le famosissime “Sise delle Monache”. La discussione sull’origine del nome si fa subito animata e, quasi, coinvolge l’intera piazza. C’è chi sostiene che il nome faccia riferimento all’abitudine di alcune suore prosperose di aggiungere tra i due seni, al di sotto della fascia contenitiva, un fagotto di stoffa che ne rendesse meno evidenti le forme, una sorta di terzo seno, insomma. Sono altrettanti, però, i sostenitori della teoria secondo la quale la forma e il nome della ricetta si ispirerebbero, piuttosto, alla Majella, al Gran Sasso d’Italia e al SirenteVelino, i tre massicci abruzzesi che rappresentano le cime più alte della catena appenninica; non a caso il dolce viene localmente chiamato anche “tre monti”. Intanto, queste divagazioni culinarie si mischiano a discorsi su temi di archeologia, architettura, arte e storia. Si potrebbe restare a scavare nel passato di queste pietre per giorni, invece ci facciamo bastare quest’assaggio.

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    Attenti al lupo!

    Le Guzzi si riaccendono, entra la prima, si scende dal borgo per la prima salita a un valico. La strada si fa piena di curve e tornanti, un po’ sconnessa per la ciclistica della V9 Roamer, ma si va lo stesso a tutto gas per pascoli e faggete talmente fitte che sembra quasi notte. Siamo finalmente nel Parco Nazionale della Majella, notoriamente popolato da lupi, orsi e cervi. Da persone troppo connesse e urbane, quali siamo, viaggiamo guardandoci intorno nella speranza (o con la paura) di fare qualche avvistamento faunistico, mentre il bosco è deserto, sarà perché lo schioccare della frizione Guzzi allontanerebbe anche una leonessa affamata. Mentre il sogno di uno sguardo di lupo tra le fronde degli alberi rimane in testa, il bosco si apre e, al passo di Fonte Tettone, iniziano i pascoli dove, come chimere, si materializzano a bordo strada candidi cani pastore. Qui onestamente ci verrebbe voglia di deviare per il Blockhaus a 2.142 metri di altitudine, la cima appenninica soprannominata “Gigante Cattivo” dai ciclisti (è una delle salite più lunghe d'Italia: 2.040 m di dislivello in 28 km), ma il clima e la visibilità azzerano i rimpianti. Tutta questa natura incontaminata trova la massima espressione ad Abbateggio, dove da vent’anni si tiene il prestigioso Premio Nazionale di Letteratura Naturalistica Parco Majella, che vanta nomi illustri come Dacia Maraini, Grazia Francescato, Dario Fo, Giampiero Indelli, Fulco Pratesi, Paolo Rumiz. Il borgo è raccolto, fatto di chiese, edifici di pietra, stretti vicoli e balconi fioriti.

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    Il fascino delle zingarate

    Si riparte nuovamente verso le montagne, varcando il passo San Leonardo a 1.282 m, per poi scendere da un susseguirsi di stretti tornanti, uno dopo l’altro, fino all’ultima curva, dove appare l’ultimo borgo della giornata, Pacentro. Una silhouette di fitti edifici in pietra arroccati su un’altura da cui svettano le torri dell’antico castello; sullo sfondo montagne e ancora montagne, a perdita d’occhio. Un’immagine indimenticabile, che scompare con il tramonto, per diventare un gioiello luminoso nella buia notte della Majella. Anche qui l’accoglienza è calorosa: ci accompagnano a visitare il castello e ci offrono un assaggio della polta in piazza, la specialità del posto, servita da una ragazza a suon di mestolate. Chiunque, qui, ha qualcosa da raccontare sul proprio paese, con grande consapevolezza e senza iperboli. Mi soffermo a parlare con la ragazza del mestolo che, partendo dalla descrizione della ricetta a base di fagioli, patate e cavoli soffritti in olio con aglio, olio e peperoncino, passa al racconto della sagra, fino ad arrivare alla più sentita tradizione del posto: la corsa degli zingari, giunta quest’anno alla 567^ edizione. Una follìa per qualsiasi milanese modaiolo, un fondamento per ogni abitante del posto. La corsa è cruenta: il valore dei concorrenti si misura dal dover scendere completamente scalzi per sentieri e percorsi accidentati e spinosi. Il vincitore riceve in premio un pezzo di stoffa, un tempo utilizzato per confezionare un vestito nuovo. Non c’è ragazzo o ragazza che non vi partecipi, e che non si alleni per mesi con gli amici, aspirando alla vittoria. Il cuore dei pacentrani è preso dai preparativi dei giorni precedenti la gara, alla ricerca del sentiero giusto, della scorciatoia meno rovinosa, della strategia che possa risparmiare fiato e ferite ai piedi. Questa prima intensissima giornata termina a Sulmona, nella grande piazza Garibaldi. Dopo esserci oramai abituati alle dimensioni ridotte e al lento fluire quotidiano dei piccoli borghi visitati, Sulmona appare più dinamica e grande del previsto. Un salto di scala inaspettato, che viene metabolizzato con una passeggiata per le vie del centro, tra i racconti sulle origini romane, citazioni di Ovidio, chiese, palazzi nobiliari e sgranocchiando confetti.

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    Il "peso" delle tradizioni

    Si riparte con gli occhi ancora pieni di immagini del giorno prima. Si scaldano i motori, le aspettative oramai non ci sono, perché abbiamo capito che da queste parti è tutto una bella sorpresa. Prima tappa a Bugnara, che appare come un borgo-fantasma, bellissimo ma deserto, ancora pesantemente ferito dal terremoto. Riprendono curve e saliscendi, la strada si fa nuovamente interessante e giocosa, il paesaggio cambia repentinamente dalle montagne ai pascoli, dai boschi alle gole rocciose, fino ad arrivare al blu cristallino del Lago di San Domenico. Improvvisiamo una sosta all’Eremo, cui si accede da un ponte costruito su un precedente viadotto romano che, ancora in parte visibile, emerge dalle acque. Procedendo, compare subito il secondo lago, quello di Scanno, a forma di cuore se visto per intero dall’altro, ricco di ristoranti e zone sicuramente gettonatissime durante la bella stagione. Ci fermiamo nel borgo di Scanno. Anche qui, incontri, racconti e assaggi memorabili. Ci accompagnano nella visita due giovani ragazze vestite con l’abito tipico delle donne del posto, fatto interamente di lana, dal peso di 16 kg, ancora indossato da alcune anziane. Le due ragazze sono visibilmente consapevoli e fiere di portare per le vie del paese una tradizione che racchiude tanti aspetti della storia locale, perché ogni bottone, ogni cucitura, ogni dettaglio racconta qualcosa del passato locale. Scopro che le due ragazze studiano architettura, rispettivamente a Pescara e a Roma. Nulla di strano per loro, ma sorprendente per me, per l’approccio serio ed elegante al ruolo di “modelle”. La consapevolezza di un giovane dell’appartenenza a un luogo e alle relative tradizioni non è per nulla scontata ed è forse il tesoro più grande di questi borghi.

    Passiamo, poi, all’assaggio delle specialità locali nella piazzetta dell’antica fonte, dove una storica enoteca serve senza sosta formaggi, pani caserecci, salumi, funghi porcini freschi e dolcetti, accompagnati da un fresco Trebbiano biologico. Non si vorrebbe mai lasciare tutto questo, ma le moto ci aspettano in piazza, accerchiate da una folla di anziani, preti e bambini. Ci facciamo spazio, salutiamo tutti gli entusiasti interessati alla nostra iniziativa e ripartiamo. Tutto in questo viaggio si amalgama, forma strani contrasti dove s'intrecciano minuscolo e grandioso, come nei ricordi dell'infanzia, quando la realtà pare brillare, vivificarsi di colori. Risaliamo in quota fino ai gelidi 1.630 metri del Passo Godi, per poi fare tappa nel tepore di Opi, borgo medievale a quota 1.250 metri, immerso nel selvaggio paesaggio del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, circondato da montagne. Solo 408 abitanti, per un’accoglienza calorosa quanto quella di una città messicana in festa, con tanto di pranzo dalle infinite portate e chiacchiere senza contegno.

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    Corsa "fuori dal coro"

    Risaliamo in moto sazi e felici, pronti per l’ennesimo valico, ancora assetati di curve e paesaggi. Sulla strada di Forca d’Acero, nota a tutti gli smanettoni della zona e non solo, viene da ingarellarsi. Da una formazione ordinata e costante modello frecce tricolori, ci lasciamo andare in un continuo scambio di posizioni, aumentiamo l’inclinazione in curva, osiamo un po’ di più, sfruttando la confidenza con la Roamer. Un sorriso da ebete compare su tutti i volti, nonostante l’aria frizzante e il casco aperto rendano difficile qualsiasi espressione facciale. Sugli ultimi tornanti in discesa c’è un vasto pubblico di centauri, quasi tutti in modalità superbike, con tuta di pelle, saponette grattate, moto ricoperte di adesivi e specchietti microscopici o inesistenti. Tutti parcheggiati lì, per commentare le performance di chi passa. Noi siamo chiaramente fuori dal coro, ma apprezzano la nostra iniziativa, oltre alla nostra guida educatamente sportiva, più briosa di quanto si sarebbero aspettati.

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    Quelli dello stornello

    Anche l’ingresso nel borgo di San Donato Val Comino ha dell’incredibile: vi capitiamo esattamente nel giorno di San Donato, quando tutti i paesi riportanti il nome del santo sono in festa, con sagre, feste, celebrazioni. Pare che, proprio qui, grazie alla posizione geografica centrale, confluiscano i festeggiamenti di più paesi così denominati. Entriamo in piazza, tra la banda che suona, centinaia di persone in festa e nel bel mezzo della messa, a dir poco in pompa magna. Subito un gruppo di anziani chiede informazioni sulle nostre moto, raccontando simpatici aneddoti da guzzista d’altri tempi. Molto richiesta è la Stornello, rimpianta da molti e sognata identica al modello Sport degli anni ’60. Il capitolo moto sarebbe tanto ampio da dover pernottare lì, ma accettiamo l’offerta di un caffè col sindaco, concludendo in bellezza anche questa tappa. Risaltiamo in sella, qualche sgasata per il piacere degli astanti appassionati di motori e ripartiamo nel pieno della festa. Ultima tappa della giornata è Arpino. Sulla mappa sembra un posto come altri, ma non lo è affatto. Innanzitutto è divisa in due nuclei, su due alture distinte. Nella parte antica, l’acropoli, passiamo diverse ore fino a notte fonda. Si tratta della civitas vetus abitata da nemmeno 100 persone, un sito archeologico fatto di mura poligonali preromane, un rarissimo arco a sesto acuto, una porta scea e la grande Torre di Cicerone, da cui ammirare il tramonto su Arpino.

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    Tra Giorgione e Troisi

    Il terzo e ultimo giorno inizia ad Arpino, che si trova subito sotto la relativa Civitavecchia e le sorprese iniziano immediatamente. Ora di colazione, domenica mattina, borgo gremito di gente, ritmo disteso. Appoggiamo i cavalletti, spegniamo i motori. Inizia la festa, come neanche a Disneyland Paris. Assessori, guide turistiche, studiosi, una donna abbigliata come da tradizione ciociara con tanto di vaso da 15 chili in testa, tutti pronti ad accompagnarci. Il tour inizia con i piedi poggiati sul Decumanus Maximus, antica strada romana, guidati dall’ultima liutaia del posto, giovanissima, che studia a Milano e ci spiega la tradizione della costruzione di particolari mandolini, per poi proseguire con un acceso dibattito su Cicerone (originario del luogo), Giorgione, Caravaggio, fino ad arrivare al cinema di Scola, Mastroianni e Troisi, che proprio qui girarono il film Splendor. Insomma, temi culturalmente altissimi, qui abilmente maneggiati da qualsiasi individuo seduto al bar, non sempre in modo scientifico, ma con convincenti argomentazioni. Poco più di 7.000 abitanti, che ci manca poco parlino in latino. La Guzzi si inserisce perfettamente nel contesto, perché è storia, design, poesia e musica allo stesso tempo.

    Si riparte, per fermarci dopo pochi chilometri a Isola del Liri, luogo apparentemente noto solo per la spettacolare cascata in pieno centro e che, invece, racchiude un memorabile passato industriale di cartiere ed è, realmente, un’isola racchiusa tra due rami del fiume. Il caffè lo beviamo con il presidente del Moto Club Franco Mancini 2000, che organizza raduni ed eventi con un ricco calendario, dove siamo ovviamente tutti invitati. Torniamo in sella per gli ultimi tratti, verso il mare. La sosta a Boville Ernica, la cui vista dalle mura ispirò il pittore Giovanni Fattori (uno dei macchiaioli più rappresentativi), è l’ennesimo incontro straordinario. Ci addentriamo nei vicoli, verso il centro del borgo, saliamo per vie acciottolate fino alla piazza antistante la chiesa di S. Pietro Ispano che custodisce un mosaico di Giotto, "L'Angelo". Parcheggiamo timidamente tra una collezione di Guzzi storiche del Moto Club locale. Pur schierando i nostri bolidi con la massima eleganza e cura, è l’unica volta dove passano quasi inosservate, perché gli occhi di chiunque vanno subito all’Airone Sport del ’51, alle Sport 14 degli anni Venti e Trenta, alla mitica Superalce militare biposto e bimanaubrio.

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    Infine, tra scrittori e ciceroni

    L’ultima sosta prima dell’arrivo a Gaeta è Pico, borgo posato su un’altura, sulla cui sommità svetta l’antico castello, circondato dal parco letterario dedicato a Tommaso Landolfi, lo scrittore nato qui, che scrisse un romanzo gotico, "Racconto d'autunno", ispirato dalle sue vicende personali e dall'aspetto sinistro della villa in cui viveva. Qui indimenticabile è l’accoglienza. Ultima discesa dal borgo, verso un paesaggio sempre più urbano, industriale, che sa nuovamente di mare. Gaeta, dopo tutto questo, appare ampia e maestosa: rallentiamo negli ultimi chilometri, sperando di spegnere i motori sul molo di Santa Maria il più tardi possibile. La nostra carovana si riunisce per l’ultima visita dei monumenti locali, poi i saluti, i ringraziamenti, e un’ultima carezza alla vagabonda di Mandello del Lario.

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