Niente mi può fermare

3 April 2018
di Marco Riccardi
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  • 1/6 Giuliano Maoggi
    Corse su strada, il Motogiro d'Italia del 1956. La storia della gara vinta da Giuliano Maoggi in sella alla Ducati Gran Sport 125 Marianna

    Sigaretta in bocca pronta per essere accesa, uno sguardo spavaldo che ricorda l’intenso Jean Gabin dei noir francesi anni Cinquanta, la tabella di controllo tra le dita, pronta per essere consegnata all’arrivo. Questa immagine racconta tutto di Giuliano Maoggi, vincitore del Motogiro d’Italia del 1956. Il pilota fiorentino è veloce su strada, abituato alla fatica (esce ad allenarsi con una moto dalle sospensioni bloccate, rigida da spezzargli le braccia) e capace di adattarsi a ogni mezzo. La sua Ducati è “ufficiale”: è la Gran Sport 125 Marianna, la monocilindrica disegnata dall’ingegner Fabio Taglioni, una moto perfetta per le gran fondo su strada, dalla leggendaria affidabilità. Maoggi compie una grande impresa perché con la 125 sbaraglia moto di cilindrata superiore (175 cc) e “pilotoni” da Motomondiale, come Tarquinio Provini, iridato 125 nel 1957 e l’anno dopo nella 250.

    Cos’è il Giro d’Italia? È l’equivalente della Mille Miglia automobilistica, ma dedicata alle due ruote. Stessa formula della maratona auto, dove si gareggia sulle strade di tutti i giorni e bloccate al traffico per il tempo necessario al passaggio dei concorrenti. Del Motogiro vengono disputate cinque edizioni, dal 1953 al 1957: tutto finì, nonostante il gran successo di partecipanti e interesse da parte della Case, per il divieto di correre sulle strade libere dal traffico, obbligo introdotto dopo il drammatico incidente alla Mille Miglia del 1957: a Guidizzolo (MN), il marchese Alfonso De Portago esce di strada (causa lo scoppio di uno pneumatico) con la sua Ferrari 335S uccidendo se stesso, il navigatore Edmund Nelson e 9 spettatori.

    Niente mi può fermare

    Il Giro d’Italia del 1956 si disputa dal 18 al 25 aprile con 253 piloti alla partenza di Bologna. La gara sale a Udine per poi picchiare a sud per Riccione, l’Aquila e Salerno e poi tornare a Bologna via Perugia: un totale di 2.563 km e otto tappe. Non mancano gli incidenti mortali: le vittime sono Luciano Biffi e Giacomo Calderoni. Un aneddoto, due spiegazioni e un finale “giallo”. Maoggi vince la Coppa d’Oro dell’Assoluta, ma gli viene tolta di mano e donata da Ducati al cardinale Lercaro, autorevole prelato bolognese; però il fiorentino riceve a “compensazione” la Marianna con la quale ha vinto il Motogiro.

    Perché la Gran Sport si chiama Marianna? Il capolavoro di Taglioni nasce nell’Anno Mariano, la celebrazione ecclesiastica voluta dal pontefice Pio XII per onorare la Madonna. Perché i piloti Ducati indossano guanti dal colore chiaro e casco a strisce rosso/bianche? Per essere riconosciuti da lontano dai meccanici delle assistenze lungo il percorso. Ed ecco il “giallo”: all’ultima tappa, da Montecatini a Bologna, Maoggi si ritrova alla partenza con la gomma posteriore a terra. Pare che la foratura sia stata provocata dal meccanico di un suo compagno di squadra...

    Niente mi può fermare
    Giuliano Maoggi trionfa in una delle più drammatiche edizioni del Motogiro d’Italia, caratterizzato dal maltempo e da incidenti mortali. La sua moto è la Ducati Gran Sport 125, la Marianna, come veniva chiamata a Borgo Panigale
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